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«Ora passiamo al vero test, Betsy» disse il ricercatore
con voce suadente, accarezzando la scimmia sulla testa. Il
cicalino trillò e sullo schermo apparve il labirinto con l’immagine
della banana vicino alla porta d’uscita e la freccetta
che lampeggiava vicino alla porta di partenza. L’animale
guardò lo schermo con attenzione, fissando intensamente
la banana, poi ruotò la testa in direzione dell’istruttore con
aria interrogativa. Axel prese a tamburellare con le dita sul
bracciolo della poltroncina, Furtwängler smise di guardare
e chinò la testa, socchiudendo entrambi gli occhi e borbottando
qualche parola incomprensibile. La scimmia
guardò nuovamente lo schermo, si voltò ancora verso
l’istruttore, poi afferrò il joystick e senza esitare pilotò rapidamente
la freccetta verso l’uscita, sino a toccare la banana;
infine allungò la mano con calma per afferrare le due
rondelle cadute nella mangiatoia automatica.
Furtwängler, che non aveva mai sollevato gli occhi
dal pavimento, al suono del gong guardò lo schermo:
quando vide lampeggiare l’immagine della banana in corrispondenza
dell’uscita del labirinto mentre la scimmia
masticava il premio, si voltò verso di noi, e con un filo di
voce e le mani che gli tremavano disse: «Non è possibile.
Ce l’ha fatta. Ce l’abbiamo fatta».
Osservammo la scimmietta ripetere il test e poi risolvere
un labirinto ancora più complesso quasi con nonchalance.
«Mai visto niente di simile, dottor Axel»
commentò il giovane assistente dall’interno della cabina.
«Se la cava bene quanto un ragazzino con un videogame:
peccato non avere a disposizione qualcosa di più complesso,
non eravamo preparati. Se vuole possiamo elaborare
rapidamente un programma più complicato, un
labirinto a due piani, per esempio».
«Un videogame?» commentò Furtwängler sbarrando
l’occhio sinistro, «ma certo, datele un dannato videogame,
ne avrete pure uno, qui a Echo Park. Non ditemi
che non c’è qualcuno che si diverte al computer con
qualche giochetto. Cercatelo, cercatelo subito. Subito!».
Un tecnico si precipitò verso i laboratori e tornò di lì
a poco con aria trionfante brandendo un cd. «Abbiamo
trovato Star Wars III dai centralinisti: non c’è altro,
temo».
«Proviamo, proviamo subito» esclamò Furtwängler
con voce tesa.
Il programma venne caricato, sullo schermo apparvero
delle rampe di missili su uno sfondo di crateri lunari:
il cielo era solcato da astronavi che sbucavano
all’orizzonte per poi dirigersi verso una base spaziale, nell’angolo
opposto dello schermo.
«È un programma che non presenta alcun elemento
identificabile» commentò con voce imbarazzata l’istruttore.
«Qui non ci sono banane e freccette, temo sia
troppo astratto, dottor Axel. Comunque lo mostro a
Betsy».
Fece partire il programma e, manipolando il joystick,
puntò un missile contro un’astronave e schiacciò il bottone
per colpirla: un rumore sordo e un lampo di luce segnarono
la disintegrazione dell’astronave. La scimmia
aveva osservato la scena con attenzione, contraendo le
palpebre e facendo oscillare la testa con piccoli movimenti
dall’alto verso il basso. Quando udì il boato e vide
il lampo che annunciavano la distruzione dell’astronave
si ritrasse impaurita. Cercò gli occhi dell’istruttore e si
protese per ricevere una carezza, emettendo un mugolio
lamentoso.
«Non aver paura, Betsy, è un gioco, gio-co» disse il
giovane porgendole una rondella di banana. Poi, con
calma e a bassa velocità, pilotò un altro missile verso
un’astronave, colpendola. Questa volta Betsy si voltò con
aria sorpresa, ma senza più dimostrare paura, tendendo
una mano per ricevere il cibo. Poi cominciò ad agitarsi e
a battere le mani mentre respirava sempre più rapidamente
per l’eccitazione. Afferrò il joystick e non appena
comparve sullo schermo un’astronave la colpì, schiacciando
il bottone che faceva partire il missile.
Furtwängler, Axel e io guardavamo la scena esterrefatti.
Una scimmia stava giocando alle guerre stellari e
riusciva a centrare dei bersagli in rapido movimento
senza che fosse mai stata allenata a farlo. Ma, cosa ancor
più sorprendente, Betsy non abbatteva i bersagli per ricevere
il suo piccolo premio, bensì per pura curiosità o
gioco. Astronave dopo astronave, scoprendo i denti in
un’espressione di concentrazione mista ad aggressività,
abbatteva i bersagli che, sempre più veloci e numerosi,
emergevano da un orizzonte infuocato. Quando mancava
un bersaglio, scuoteva la testa emettendo una specie di
rantolo rabbioso, ma quando lo centrava, ormai sempre
più di frequente, digrignava i denti a fondo, scossa da un
respiro affannoso.
Centrò l’ultimo bersaglio e lo schermo si animò di cascate
di fuochi d’artificio: poi si voltò verso il vetro come
se, per assurdo, supponesse in qualche modo che dall’altra
parte vi fosse un pubblico di spettatori. Guardò verso
di noi, scoprì i denti, rovesciò la testa all’indietro e attraverso
l’altoparlante udimmo chiaramente il rumore
pazzesco ma inequivocabile di una risata, una lunga, terribile
risata. Guardai il volto di Axel, pallido e contratto,
e poi quello di Furtwängler: il suo occhio destro era quasi
chiuso e quello sinistro fissava la scimmia, stupefatto e
incredulo. Mantenne a lungo quell’espressione immobile
ma poi, all’improvviso, il volto cereo si tinse di rosa e infine
divenne rosso, quasi congestionato: rovesciò all’indietro
il capo e scoppiò in una risata, un lungo suono
fragoroso e metallico.