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Caterina Rea

Corpi senza frontiere

Il sesso come questione politica

 

marzo 2012 - ISBN 9788822053879
pp. 176 - f.to 14 x 21 cm

collana 

Strumenti / Scenari

argomenti 

Filosofia / Scienze politiche

 

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Abstract

Siamo tutti inconsapevolmente vittime di una trama di pregiudizi? Riusciamo davvero a distinguere cos’è «naturale» e cosa una costruzione sociale, radicata negli strati della storia umana? Un percorso per svelare l’ordito dell’immaginario in cui siamo immersi.

L'opera

Le sfere del corpo e del sesso sono state a lungo considerate come una dimensione privata e intima, lontana dalla storia e dalla politica. Ma il genere è un fatto «naturale» o una costruzione sociale, radicata negli strati della storia umana, che produce rapporti di dominio? L’ordine simbolico, come insieme di immagini che influiscono sul modo di vivere, è un’immutabile struttura universale o un’intricata trama di archetipi e stereotipi che può essere svelata e trasformata? Assumere il genere come categoria critica permette di leggere i rapporti di potere istituiti come aperti a possibili trasformazioni: una visione «denaturalizzata» del mondo, come percorso di accesso al cambiamento e a una condizione di autentica libertà personale e collettiva.

 

 

I lettori

Nonostante l’apparente complessità del tema, il libro si rivolge, con linguaggio accessibile, a un pubblico vasto di lettori interessati alle questioni legate al genere e al femminismo, ai giovani e a tutti coloro che sono pronti a mettere in discussione le certezze più radicate nella società.

Caterina Rea

Caterina Rea è dottore in filosofia all’Université de Louvain-la-Neuve (Belgio) dove ha lavorato in qualità di assistente presso l’Institut Supérieur de Philosophie. Ha partecipato a convegni e seminari internazionali e pubblicato moltissimi saggi: tra questi, due volumi in lingua francese, Dénaturaliser le corps. De l’opacité charnelle à l’énigme de la pulsion (2009) e Psychanalyse sans Oedipe. Antigone, genre et subversion (2010).

 

 

Curatore

Non sono disponibili informazioni su questo curatore.

Indice

Introduzione Dalla natura umana all’istituzione - 1. Corpo e opacità - L’ombra che attraversa il soggetto corporeo - Opacità e finitezza corporee, condizioni dell’istituzione - La fine del pensiero delle origini - Per una filosofia della prassi - Conclusione- 2. Per una critica del concetto di natura umana - Natura umana, faro delle neuroscienze - L’intreccio di natura e cultura - Psicoanalisi alla prova del naturalismo - Corpo, genere e istituzione - Conclusione- 3. Defunzionalizzazione e creazione simbolica - Defunzionalizzazione della pulsione ed enigma dell’umano - Pulsione, mediazione, rappresentazione - Pulsione e sessualità - Polimorfismo sessuale e mito delle origini - Conclusione- 4. - Denaturalizzare l’ordine simbolico - Ordine simbolico e dibattiti contemporanei - Ordine simbolico e naturalizzazione del diritto - Mito delle origini e ontologia del simbolico - L’ordine sessuale della psicoanalisi - Conclusione- 5. - Primato del dinamismo sociale-storico - Sessualità, potere e sovversione - «Democrazia sessuale» e politiche di genere, ultima frontiera della denaturalizzazione

Leggi un brano

Introduzione

Dalla natura umana all’istituzione

La tesi di questo libro, poco condivisa dal sentire comune, ma

affermata dal costruttivismo sociale, è che il sesso sia un prodotto

storico, un’invenzione umana che traduce rapporti di dominio e

si esprime in un tipo particolare di sistema di potere. Le sfere del

corpo e del sesso sono state a lungo considerate dalle scienze

umane e sociali come una dimensione privata e intima, sottratta

al divenire della storia, dell’istituzione sociale e della discussione

politica. Così, una certa fenomenologia del corpo ha preteso di

rivelarne la dimensione eidetica, intesa come un in sé, un proprio

che precede ogni produzione sociale e storica. Allo stesso modo,

la psicoanalisi ha elaborato norme universali (il complesso di

Edipo, l’ordine simbolico e talvolta perfino una comprensione

biologizzante della pulsione) che pretendono di definire lo sviluppo

psico-sessuale dell’individuo. In maniera analoga, benché

ciò possa apparire a prima vista sorprendente, persino talune prospettive

socio-antropologiche e giuridiche hanno posto al centro

delle loro analisi la distinzione tra naturale e social-culturale, ma

anche tra privato e pubblico, distinzione che non è stata senza conseguenze

nell’ambito delle accese discussioni e decisioni politiche

riguardanti i moderni cambiamenti socio-familiari.

Per chiarezza desidero precisare che questo libro non si richiama

volutamente al femminismo storico italiano e non si inscrive

nella continuità con il pensiero della differenza sessuale che

questo incarna, soprattutto attraverso la Comunità filosofica

femminile Diotima a Verona. Due parole per motivare questa presa

di distanza: pur affermando la necessità di una pratica che conduca

alla politicizzazione del sesso, il femminismo differenzialista

non fa propria la lettura denaturalizzata del mondo e dei rapporti

sociali che è per noi la sola possibile premessa di una visione

politica laica, libera dal peso di ogni riferimento metafisico,

da ogni appello a un presunto originario o, più generalmente, da

ogni riferimento meta-storico. Che cos’è infatti questa «donna»,

questo «femminile» a cui il pensiero della differenza fa riferimento?

Si tratta di qualcosa che esiste prima dei rapporti sociali

di potere propri del patriarcato e della sua organizzazione del

mondo in dominatori e dominati? Insomma la differenza sessuale

incarna un ordine ontologico, un senso in sé inscritto nelle cose

oppure una configurazione universale dello psichismo umano? Un

passo di Luisa Muraro ci sembra illustrare come la pratica di

questo femminismo presupponga la pretesa di raggiungere un

«senso vero dell’esperienza femminile». Questa pratica consiste

infatti nel «risalire alle origini seguendo una genealogia femminile,

così da trovarvi la fonte della propria forza originale, della

propria originalità».

Gli accenti naturalistici del femminismo della differenza si

fanno ancora più forti nella produzione della psicoanalista Silvia

Vegetti-Finzi che, in un testo pubblicato nel 1992, riprende il paradigma,

già affermato da Freud, di una vicinanza originaria del

femminile alla natura. Se così la relazione madre-figlia, come afferma

lo stesso Freud, precede il linguaggio e il simbolico in

quanto creazione storico-sociale, l’emancipazione femminile non

potrà prescindere da un ripensamento del legame della donna con

la natura. Si tratterebbe allora di riconoscere il ciclo biologico e

il posto che, in esso, hanno le donne, al fine di elaborare una soggettività

femminile capace di opporsi all’impresa maschile di dominio

e di sfruttamento della natura. La via dell’emancipazione

femminile passerebbe dunque, secondo la Vegetti-Finzi, per:

Il compito di volgere al femminile il discorso sul femminile, cioè di

avere il coraggio di ritrascrivere, ritradurre in un codice femminile (assumendo

la soggettività femminile) il discorso che l’uomo ha elaborato

su di noi e con il quale ci siamo così profondamente identificate.

Siamo al nodo di questo mio libro che ha per obiettivo proprio

la ricerca di un senso originario delle cose, l’idea che esistano

modelli universali cui richiamarsi, fatta propria da chi postula

una differenza intima, ontologica, essenziale e persino simbolica

della donna. Questa differenza è invece solo e soltanto il

prodotto della storia ispirata dalle logiche del patriarcato e dalla

violenza della dominazione maschile. Quando si reclama il diritto

alla differenza, afferma la sociologa francese Colette Guillaumin,

da una prospettiva apertamente anti-naturalista, non si tiene conto

del fatto che nessuno vorrà negarla, questa differenza, ai gruppi

dominati, in quanto essa è il marchio stesso dello sfruttamento.

«Reclamare la differenza come qualcosa di mirabile significa accettare

la perennità del rapporto di sfruttamento. Significa pensare,

a nostra volta, in termini di eternità».

Nel corso di questo saggio, riprenderemo il pensiero di quelle

femministe materialiste che affermano che i gruppi sociali non sono

identità originarie, naturali o comunque precedenti l’organizzazione

istituita, ma il prodotto di rapporti storici di potere e che il sesso,

come la razza, deve essere considerato «come un marchio biologizzato

che segnala e stigmatizza una “categoria alterizzata”». In

Italia, come del resto negli Stati Uniti, il femminismo materialista

francese è pressoché sconosciuto. Il cosiddetto French Feminism

è identificato esclusivamente con le posizioni di Luce Irigaray, di

Julia Kristeva e di Hélène Cixous che sono fautrici di un pensiero

differenzialista ispirato a una rielaborazione della psicoanalisi lacaniana.

Nel femminismo differenzialista manca, a nostro avviso,

un’analisi compiuta della dominazione maschile, cioè la consapevolezza

del fatto che è proprio del potere il qualificare come

differente l’altro/a, il/la dominato/a. Com’è possibile infatti sostituire

all’ordine simbolico patriarcale ciò che viene chiamato

l’ordine simbolico della madre (genealogia femminile) se tale

passaggio non tocca in profondità i rapporti effettivi di potere?

Mi riferisco alla diversità, stabilita dalla stessa Muraro, tra ordine

simbolico e ordine sociale. Una diversità che impedisce di vedere

come l’ordine simbolico, centrato sulla differenza dei sessi, incarni,

di per sé, l’apparato discorsivo e di sapere insito nel patriarcato

in quanto insieme di rapporti sociali di sesso. Se l’ordine

simbolico della differenza costituisce la dimensione discorsiva,

linguistica e di sapere propria di una cultura, esso sostiene,

veicola ed è al contempo l’espressione di un dispositivo di potere,

di una certa strutturazione della trama delle relazioni sociali10. In

breve, l’ordine simbolico centrato sulla differenza non sfugge all’ordinamento

patriarcale.

Non a caso, forse, il differenzialismo rifiuta di far proprie le

rivendicazioni di eguaglianza di diritti e di parità affermate dalla

corrente del femminismo materialista e radicale, ritenendo che esse

portano a cancellare la specificità di quella differenza femminile

ritenuta centrale. Alla base del rifiuto della rivendicazione di eguaglianza

vi è dunque il timore dell’omologazione, il timore che, attraverso

le pratiche emancipatorie, le donne siano costrette ad adeguarsi

ai modelli maschili vigenti. Ma questo timore non ha ragion

d’essere, come ha giustamente mostrato la critica di Christine

Delphy; la paura dell’indifferenziazione vuole evitare:

Che tutti si allineino al modello maschile attuale. Sarebbe, si dice spesso,

il prezzo da pagare per l’eguaglianza, un prezzo troppo alto. Questa

paura proviene da una concezione statica, dunque essenzialista, degli uomini

e delle donne, corollario della credenza secondo la quale la gerarchia

sarebbe in qualche modo sovrapposta a questa dicotomia essenziale.

Ma, nella prospettiva del genere, questa paura è semplicemente incomprensibile.

Se le donne fossero uguali agli uomini, gli uomini non sarebbero

più eguali a se stessi. Perché allora le donne dovrebbero farsi

simili agli uomini in ciò che essi avrebbero cessato di essere?.

Sarebbe infatti impossibile assomigliare agli uomini in quanto

dominatori e violenti dal momento in cui sono stati eliminati i pilastri

stessi dell’ordine della dominazione e della sopraffazione.

Una volta soppressa una della due categorie – dominatori/dominati –,

è la logica stessa della dominazione, che sottende l’ordine

patriarcale, a essere come tale eliminata.

A questo punto si impongono alcune domande. Perché l’Italia

ha storicamente prodotto in prevalenza un femminismo della differenza?

Perché la nozione di differenza, in quanto effetto di rapporti

di dominazione, è restata così a lungo un impensato e forse

un impensabile? Perché in questa prospettiva il genere non figura

se non come espressione linguistica che si fonda su una differenza

di sesso pre-data e non come quell’apparato di potere che pone e

stabilisce la differenza?. L’Italia sembra pagare, anche in questo

caso, l’alto prezzo della presenza invadente del Vaticano e del potere

della Chiesa Cattolica che limita ogni forma di pensiero critico,

portatore di una visione denaturalizzata, costringendo gran

parte dello stesso femminismo a una visione teologico-politica del

mondo.

Finisce qui almeno per il momento il mio incipit polemico. Si

cercherà d’ora in poi di disegnare le diverse forme in cui si

esprime la naturalizzazione dell’umano per smascherarne la portata,

non solo teorica, ma soprattutto sociale e politica. Beninteso,

tali forme di naturalizzazione non si riportano tutte a quel riduzionismo

biologico e cognitivo che oggi si estende innegabilmente

sempre più dall’ambito delle neuroscienze a quello delle

scienze umane e sociali. Tra queste diverse espressioni di una lettura

naturalizzata dell’umano, della sua vita corporea, sessuale e

persino socio-affettiva o familiare, includiamo ogni tentativo di sottrarre

queste stesse sfere al divenire politico, ai mutamenti sociali

e storici dell’istituzione.

Si tratterà allora, ogni volta, di rovesciare le pretese di certezza

avanzate da queste prospettive. Passeremo, in questo modo, attraverso

la fenomenologia del corpo, ridefinita come fenomenologia

dell’opacità, per indicarne lo scacco nella pretesa di pervenire

a un’auto-donazione del senso. Analizzeremo, seppur in breve,

il riduzionismo neuroscientifico, per denunciarne il rilancio della

nozione di natura umana. Attraverseremo, quindi, la teoria freudiana

della sessualità per rovesciarne la dimensione ancora biologizzante

in una lettura defunzionalizzata della pulsione. Infine, cercheremo

di sovvertire quel granitico monolite che è l’ordine simbolico,

dietro al quale si trincerano oggi quelle posizioni conservatrici

che vorrebbero frenare i cambiamenti sociali. Particolar -

mente quei cambiamenti che investono sempre più l’ordine sessuale

che fissa i rapporti di potere tra i sessi e struttura l’ordine familiare

centrato sul primato della legge fallica e paterna.

Il ricorso alla naturalizzazione e all’essenzializzazione delle

differenze non risponde proprio alla logica politica della dominazione,

così come ci insegnano recentemente gli studi di genere

e post-coloniali?

Se non esiste un senso univoco, immediato e universalmente

dato, se la nozione di natura umana, cara alla tradizione metafisica

e reinvestita dalle attuali neuroscienze, si rivela come priva di valore,

quella sfera del senso, entro la quale l’umano si muove, ci apparirà

ben più incerta, senza garanzie, problematica. Essa non è infatti

manifestazione di un ordine trascendente e immutabile, ma il

prodotto di una creazione umana, una produzione della storia e

delle istituzioni, sempre anche attraversate da rapporti di potere, da

gerarchie e interessi che si tratterà di volta in volta di ritrovare.

In queste pagine si avverte una duplice tensione: quella che

lega la riflessione sull’istituzione storico-sociale, propria di

Cornelius Castoriadis, e quella che mette in luce le logiche dei

rapporti di potere, delle forme di dominazione e di esclusione

elaborate dal filone foucaultiano degli studi di genere e degli studi

post-coloniali. Attraverso questi molteplici riferimenti, cercheremo

quindi di mettere a confronto queste due tradizioni – castoriadiana

e foucaultiana – che fino ad ora sono rimaste spesso

separate, ma il cui confronto ci appare essenziale per l’elaborazione

di una critica sociale radicale.

La nostra corporeità, così come noi ne abbiamo esperienza,

non precede il processo della sua materializzazione, cioè la sua

produzione attraverso la trama simbolica delle significazioni sociali

e storiche, di regole e norme, pratiche ed espressioni culturali

che la costituiscono e la producono come umana. In questa

direzione, discuteremo l’idea di base naturale che non è da intendere

come un prima rispetto alla produzione sociale: in quanto

in sé inaccessibile, poiché non trasparente e immediatamente data,

essa è incessantemente elaborata e persino prodotta dalle forme

culturali e linguistiche, dalle pratiche discorsive e normative, cioè

dalla storia. In questo senso, come afferma chiaramente la filosofa

americana Judith Butler, la materia stessa del nostro corpo

è storica, deposito di sedimentazioni dei discorsi e delle pratiche

che di volta in volta l’hanno istituita.

Più in generale, mostrare che il corpo non è subordinato a un

senso primario e naturale che esso dovrebbe riprodurre fedelmente

significa affermare che ogni scarto o differenza rispetto a questo

«modello» supposto originario non è riconducibile a uno scacco, a

una forma devalorizzata di esistenza in quanto contraria ai dettami

della natura umana. Ciò cui siamo ogni volta confrontati è piuttosto

una delle svariate modulazioni e possibilità non riducibili a un’identità

prima, è una produzione o copia senza modello o, per dirlo

con la Butler, «un’imitazione senza originale».

La nozione di genere introdotta dai Gender Studies americani,

ma anche dal femminismo materialista francese ci sembra

a questo proposito di primaria importanza. In quanto non fondato

su una presunta anteriorità ontologica e naturale del sesso,

essa ci appare come l’esempio di ciò che intendiamo per denaturalizzazione.

In questo senso, il genere è proprio una produzione

senza originario, una categoria critica che permette di leggere i

rapporti di potere istituiti come rapporti non necessari e aperti a

possibili contestazioni e trasformazioni. Non si tratta di riprendere

semplicemente la versione corrente della teoria della performance

come se essa fosse l’espressione di un soggetto volontaristico

e individualistico capace di modificare il genere a suo piacimento

quasi come si indossa ogni giorno un abito diverso. Ciò

che intendiamo elaborare è una nozione di performatività come

avvenimento storico e temporale, dunque come atto socialmente

istitutito e istituente che forgia e plasma quelle differenze che venivano

prima considerate come stabili, essenziali e originarie.

Benché esso agisca sul piano del linguaggio, il performativo veicola

pratiche normative e rapporti di forza.

In questo senso, possiamo parlare di un’esplosione del soggetto

storico del femminismo, cioè del fatto che esso non può essere

circoscritto a una qualche differenza femminile chiusa in se

stessa, alla figura quasi ipostatizzata di un «significante Donna»

inteso come una realtà in sé, appartata rispetto al problema politico

posto oggi sempre più dalle altre minoranze, da tutti quei

gruppi resi subalterni e discriminati in funzione di criteri di sessualità,

di razzializzazione o di classe sociale.

Solo considerando questa condizione denaturalizzata dell’esistenza

umana e del suo essere corporeo, già fin dall’inizio implicato

in un mondo di significati sociali, linguistici e culturali, possiamo

comprendere il valore della creazione immaginaria. Essa

non conosce strade pre-tracciate, modelli eterni e immutabili ai

quali attenersi nell’impeto incessante e sempre innovatore del

suo produrre. Questo è anche il senso dell’istituzione in quanto

cammino sempre aperto e senza garanzie, poiché si costruisce

proprio mentre lo si percorre.

Se noi cerchiamo di allontanarci da ogni visione essenzialista

e naturalista del corpo e dell’umano, la nostra riflessione non

giunge al suo termine se la corporeità, sottratta all’ordine naturale,

è poi assegnata a un ordine simbolico concepito come trascendente

e metastorico. Il gesto che mira a denaturalizzare e a

de-ontologizzare il corpo non può realizzarsi senza sottoporre a

critica anche la sfera dei significati, l’ordine simbolico appunto,

al quale il corpo denaturalizzato è riassegnato.

Come risignificare allora questa sfera simbolica non più come

una struttura universale e permanente ma come una realtà contingente

e mutevole, aperta alle svariate possibilità di trasformazione

che la storia e il movimento stesso dell’istituzione potranno

imprimerle?

Si tratta di dare alla politica, in quanto creazione sociale, produzione

di nuove norme, deliberazione e contestazione, un ruolo

di primaria importanza per definire lo statuto stesso dell’umano

e della sua corporeità. La recente politicizzazione delle questioni

legate alla sfera corporea, sessuale e familire (dall’evoluzione dei

rapporti socio-familiari e di genere, alle nuove forme di legame

parentale e di filiazione, dall’affermazione dei diritti sessuali e

(non) riproduttivi alle possibilità aperte dalla procreazione medicalmente

assistita) mostra l’irruzione dirompente sulla scena

pubblica di quella sfera fino a poco tempo fa considerata come

privata, sfera dell’intimo indipendente e avulsa dai cambiamenti

della storia e dalle sue molteplici variazioni. Anzi, proprio sul terreno

di queste questioni, alle quali il panorama socio-politico italiano

si affaccia ancora timidamente ma non senza controversie

e sussulti, si gioca oggi la tenuta stessa della democrazia e della

laicità, intese come mancanza di ogni riferimento trascendente e

sovrasociale, di ogni garanzia ultima che dovrebbe guidare e

orientare le decisioni collettive. Se la sfera corporea e sessuale

costituiva – e costituisce ancora in parte – l’ultima frontiera di una

visione naturalizzata o comunque sacralizzata dell’umano, di un

ordine considerato come ontologicamente estraneo alla contingenza

delle vicende politiche, oggi questa sfera diviene sempre

più oggetto di dibattito, di negoziazioni e di deliberazioni collettive,

diviene cioè parte di quell’orizzonte della doxa che non conosce

verità stabili e predefinite.

Il concetto di democrazia sessuale utilizzato dal sociologo

francese Eric Fassin ci aiuterà infine a precisare le poste in gioco

politiche della denaturalizzazione e di una concezione della corporeità

che la sottragga alla pretesa di accedere a un senso ultimo

e immediato. Come vedremo, con questo termine si intende «l’estensione

del dominio democratico, con la politicizzazione crescente

delle questioni di genere e di sessualità che rivelano e incoraggiano

le molteplici controversie pubbliche attuali» mostrando

che questi ambiti non si sottraggono alle tensioni e alle

trasformazioni che attraversano la sfera sociale.

Recensioni

Di seguito alcune tra le più interessanti recensioni al volume.

 

12 ottobre 2012

17 agosto 2012

03 giugno 2012

Questo volume è in

Foreign Rights