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Gene Wallenstein

L’istinto del piacere

Perché non sappiamo resistere al cioccolato, all’avventura e ai feromoni

 

traduzione di Andrea Migliori

novembre 2011 - ISBN 9788822068309
pp. 288 - f.to 14 x 21 cm

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Abstract

Un viaggio affascinante alla scoperta del piacere, delle sue origini e del suo inscindibile legame con l’evoluzione della specie umana.

L'opera

C’è chi lo chiama entusiasmo, giubilo, o puro e semplice godimento, ma cos’è il piacere? Cosa ci spinge a investire tempo, denaro ed energia nella sua ricerca? Per secoli, filosofi e uomini di fede hanno cercato una risposta a queste e ad altre domande. Spesso hanno paragonato il piacere alla felicità: ma mentre quest’ultima è un’astrazione razionale dettata dalle nostre identità sociali e morali, il piacere è un impulso edonistico incontrollato, un puro imperativo biologico capace di spingerci a gesti straordinari. Wallenstein trova una risposta convincente là dove pochi, finora, avevano cercato, cioè nei meccanismi evolutivi: l’istinto del piacere, secondo l’autore, è uno dei primi strumenti utilizzati dall’evoluzione per guidarci verso il maggiore successo riproduttivo. Partendo dai cinque sensi, il libro esplora come e perché ricerchiamo il piacere attraverso domande la cui semplicità è solo apparente: perché andiamo matti per il cioccolato e ci lasciamo trascinare da un profumo in un turbine di ricordi? perché la musica ha il potere di calmarci? L’autore ci svela che in ognuno di questi casi l’istinto del piacere stimola la corretta crescita del cervello, amplifica la nostra capacità di trarre beneficio dai nostri sensi e ci conferisce un netto vantaggio evolutivo. Il viaggio prosegue con un’analisi dell’impatto del piacere sulla nostra vita quotidiana, dalla scelta dei nostri partner al significato della risata, dal nostro ballo preferito ai gusti artistici, e si conclude con uno sguardo al lato oscuro del piacere, per cercare di scoprire le radici della dipendenza e delle ossessioni.

 

 

I lettori

Chiunque si interessi alla scienza delle emozioni e voglia saperne di più sull’evoluzione e lo sviluppo del cervello.

Gene Wallenstein

Neuroscienziato di fama internazionale, Gene Wallenstein è uno dei pionieri della neurobiologia cognitiva, un settore in forte sviluppo. Negli ultimi dieci anni i risultati delle sue ricerche sull’evoluzione delle emozioni sono stati pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche. Dopo aver lavorato presso le Università di Harvard e dello Utah, Wallenstein è attualmente direttore di ricerca alla Pfizer Global Research and Development.

 

 

Curatore

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Indice

Ringraziamenti - I. L’ISTINTO DEL PIACERE E LO SVILUPPO CEREBRALE - 1. Debolezze e pazzie - Darwin senza il «darwinismo sociale» - 2. Come farsi nuovi amici e influenzare la gente - Primati precoci - Il legame del linguaggio - Triboli e tribolazioni - 3. Che cosa fa ballare Sammy? - La natura della ricompensa «naturale» - Hardware indispensabile - Lo sviluppo delle connessioni del cervello - II. I PIACERI DEL MONDO SENSORIALE - 4. Il piacere del tatto - Sensazioni - L’evoluzione della sedia a dondolo - L’effetto del movimento e del tatto sullo sviluppo del cervello - 5. Elogio degli odori - Il profumo dell’attrazione - 6. Per amore del cioccolato - Zucchero e salute - I circuiti del gusto - La sopravvivenza del più grasso - 7. L’evoluzione della ninnananna - Una grammatica universale - Ambarabà ciccì coccò - 8. Alla ricerca di cose belle - Il piacere, il cervello e la vista - Il piacere di imparare - Il bootstrapping neurale - III. L’ISTINTO DEL PIACERE E L’ESPERIENZA MODERNA - 9. Piacere, proporzione e simmetria - I persuasori occulti - Il piacere e la proporzione - Sedotti dalla simmetria - La faccia giusta - Il piacere e i segnali di simmetria - Simmetria ed estetica: esempio di un processo generale - 10. Piacere, ripetizione e ritmo - 11. Homo addictus - Le molte facce del vizio - 12. Che cos’è il piacere? - Note - Indice analitico

Leggi un brano

6.Per amore del cioccolato

 

Tra i piaceri della vita, il cibo è secondo solo al sesso.

A parte il salame con le uova. Quello sì che è meglio del sesso,

a patto che il salame sia a fette spesse.

Alan King, attore

 

Una cena con accompagnamento musicale

è un insulto al cuoco e al violinista.

G.K. Chesterton

 

Se mai riusciste a raggiungere il Rio delle Amazzoni, chiedete

alla vostra guida di mostrarvi quello che forse è l’albero più

venerato di tutta l’America Centrale e Meridionale. Il Theobroma

cacao, o «cibo degli dèi», fu battezzato così da Linneo, il

grande catalogatore della natura vissuto nel XVIII secolo. La

denominazione rivela in maniera inequivocabile il suo apprezzamento

per il sapore quasi indescrivibilmente gustoso del suo

frutto e dei suoi semi, e per il ruolo avuto da quella pianta nella

storia del mondo. Non sono molti quelli che, prima di addentarne

un pezzo, si fermano a riflettere – e chi potrebbe biasimarli?

– sull’influenza del cioccolato nei confronti dell’evoluzione

sociale, politica ed economica delle culture che entrarono in

contatto con i semi di cacao nel corso della loro diffusione dall’America

equatoriale all’Europa e all’Asia.

Dopo una breve marcia nella giungla, la vostra guida si fermerà

davanti a un albero dall’aspetto bizzarro, che con ogni probabilità

non supererà i dieci metri di altezza. Se si tratta di un

albero adulto – con più di tre anni di età – sulla sua corteccia

vedrete grandi escrescenze rosa o blu a forma di cavolfiore, ma la

vostra attenzione si sposterà rapidamente sugli strani baccelli

grossi come un pallone da calcio che penzolano dal tronco in

attesa di essere colti. L’involucro esterno del frutto dell’albero del

cacao è una buccia rugosa e resistente gialla e verde che cela al

suo interno una polpa morbida e biancastra. Il gusto di quest’ultima

vi sorprenderà: molti, al primo assaggio, si aspettano il sapore

dolce tipico della frutta ma restano sorpresi dalla complessità del

gusto dolce-amaro del cioccolato. Racchiusi nella polpa di ogni

baccello ci sono trenta o quaranta semi di color porpora scuro,

che una volta seccati e lavorati diventano quelli che epicurei di

tutto il mondo conoscono con il nome di «fave di cacao».

Sono pochi i cibi che ispirano la stessa passione del cioccolato.

È una storia d’amore che va ben oltre la tipica passione per i

dolci: dopo tutto, difficilmente usciremmo di notte, quando

nevica, presi dal panico per aver scoperto che siamo rimasti

senza gomma da masticare o senza torta al limone. Il cioccolato

possiede qualcosa di speciale che ci fa fare cose incredibili. I

cioccolato-dipendenti non trovano nulla di strano nello spendere

un patrimonio per una scatoletta di cioccolatini. No, una

banale dipendenza da dolci non ha nulla a che vedere con una

dipendenza da cioccolato, anzi: molti intenditori preferiscono la

varietà più scura e più amara.

Quella della fava di cacao è una storia piena di desiderio, e

trascende le distinzioni culturali. Le sue radici affondano nel

passato, giungendo fino alle grandi civiltà olmeche e Maya fiorite

nella regione attualmente occupata dal Messico meridionale,

dal Belize, dal Guatemala e dall’Honduras più o meno 2600

anni fa. Le campagne di scavo effettuate in città come Colha,

nel Belize settentrionale, hanno portato alla luce vari recipienti

dotati di beccuccio, simili a teiere, contenenti resti di cioccolato.

La bevanda Maya era molto diversa dalla versione annacquata

e zuccherosa della cioccolata calda in voga nella società

moderna. I diari dei conquistadores spagnoli abbondano di

descrizioni della cultura Maya intermedia in cui si parla della

preparazione dei semi di cacao essiccati: la polvere ottenuta

dalla loro macinazione veniva mescolata con acqua, miele,

peperoncino e a volte mais. Successivamente il liquido veniva

scaldato e versato ripetutamente da un recipiente all’altro per

produrre una schiuma densa e ricca di cioccolato che rappresentava

la parte più ambita della bevanda.

Nella stessa regione, anche la cultura azteca aveva una grande

considerazione per il cioccolato. Si racconta che il celebre

imperatore Montezuma bevesse fino a cinquanta caraffe di cioccolata

al giorno, convinto che avesse poteri corroboranti e persino

afrodisiaci. Nella civiltà azteca, la fava di cacao divenne la

forma principale di valuta; la tradizione vuole che quando i conquistadores

spagnoli assalirono il tempio di Montezuma, invece

dell’oro vi trovarono le fave.

Tornato in Spagna dopo aver conquistato l’impero azteco,

Hernan Cortès portò al re Carlo una fortuna in fave di cacao e

una ricetta per fare il xocoatl che i cortigiani addolcirono con lo

zucchero. La ricetta è arrivata fino a noi e oggi la pianta di

cacao, addomesticata, cresce nelle terre coltivate di varie regioni

della fascia equatoriale, tra cui i Caraibi, l’Africa, l’Asia

sudoccidentale, e in diverse isole del Pacifico del Sud, come le

Samoa e la Nuova Guinea.

 

Le moderne tecnologie di lavorazione e distribuzione hanno

reso il cioccolato un elemento più comune nel panorama dell’alimentazione,

ma per la scienza il suo potere di seduzione continua

a rimanere un mistero. Solo da qualche anno i neuroscienziati

e i biochimici hanno cominciato a capire come mai il cioccolato

sia una fonte così forte di piacere.

Il cioccolato contiene più di 350 sostanze note, molte delle

quali attivano tre importanti sistemi cerebrali associati all’esperienza

del piacere. Il primo ingrediente che dà al cioccolato il

suo grande fan club è il caro, vecchio zucchero, una sostanza che

negli ultimi tempi è un po’ sottovalutata. Considerando la

nostra tendenza a detestare tutto ciò che assomiglia a un carboidrato

e l’incidenza quasi epidemica del diabete in molte sottopopolazioni,

è facile capire come mai lo zucchero è visto come

qualcosa da evitare da chi pensa di avere a cuore la propria salute.

Assunti in dosi ragionevoli, però, gli zuccheri hanno un

impatto profondo e positivo sulla nostra fisiologia, in primo

luogo per il loro effetto calmante. Mettete sulla lingua di un

neonato che piange un po’ di liquido addolcito con glucosio o

saccarosio e lo calmerete immediatamente anche per diversi

minuti. È stato dimostrato che lo zucchero nelle sue varie

forme, dal lattosio al saccarosio, attiva il sistema oppioide del

cervello, un insieme di circuiti che svolge un ruolo cruciale nella

regolazione della risposta del nostro corpo allo stress.

Oltre al saccarosio, il cioccolato contiene piccole quantità di

teobromina (un leggero stimolante) e di feniletilamina, una

sostanza chimicamente simile all’anfetamina. Quando raggiunge

il cervello, ognuno di questi ingredienti agisce sui sistemi che

rilasciano due neurotrasmettitori, la dopamina e la noradrenalina,

da cui dipendono i livelli di attenzione e di eccitazione. Si

ritiene che siano queste sostanze a darci la «carica» che sentiamo

dopo aver mangiato del cioccolato.

Ma il cioccolato non si limita a darci la carica; quel senso di

euforia che permane per un bel po’ dopo che ne abbiamo mangiato

l’ultimo pezzettino è qualcosa di cui ben pochi possono fare

a meno. Recentemente si è scoperto nel cioccolato un trio di

sostanze che sembrano essere la causa principale della sensazione

di benessere familiare a tutti i cioccolato-dipendenti. L’anandamide

è un messaggero chimico cerebrale che si lega agli stessi

recettori neuronali che vengono attivati dal tetraidrocannabinolo

(THC): già, proprio così, il principio attivo della marijuana. Si

è scoperto che in condizioni di stress l’organismo rilascia piccole

quantità di anandamide, il cui effetto analgesico e calmante, tuttavia,

svanisce rapidamente a causa dell’azione di enzimi prodotti

dal nostro stesso organismo; in circostanze normali, quindi, la

sua presenza nel cervello è trascurabile. Lo sballo provocato dalla

marijuana è tutta un’altra storia: in quel caso il cervello è letteralmente

inondato di THC che gli enzimi non riescono a neutralizzare

e che ha un effetto più intenso e prolungato della versione

naturale. Lo «sballo da THC» non è altro che un’amplificazione,

a volte eccessiva, del normale funzionamento del sistema

cannabinoide del cervello. L’indizio decisivo per la risoluzione

del mistero si ebbe con la scoperta che il cioccolato contiene

quantità importanti di due sostanze simili all’anandamide. Si

tratta di due molecole che non attivano direttamente i recettori

THC ma che amplificano l’effetto dell’anandamide già presente

bloccando gli enzimi che dovrebbero degradarla. Avendone rallentato

il metabolismo, quindi, anche piccole quantità di anandamide

endogena o ingerita mangiando cioccolato resteranno

nel cervello per più tempo. L’effetto finale è quella sensazione di

calma estatica che si prova dopo aver mandato giù una bella

cioccolata calda o dopo qualche pastiglia Droste.

 

È facile capire perché quando siamo depressi e stressati ci

curiamo con il cioccolato. Il cioccolato, infatti, appaga l’istinto

del piacere attivando tre recettori cerebrali fondamentali del

sistema della ricompensa, nonostante ognuno di questi si sia

evoluto come adattamento a circostanze ambientali molto

diverse tra loro.

Il saccarosio presente nel cioccolato non è altro che una versione

«maggiorata» del fruttosio, uno zucchero presente in natura

in gran parte dei frutti accessibili ai primi ominidi cacciatori-raccoglitori.

Gli zuccheri sono un elemento fondamentale per la vita

poiché forniscono energia metabolica – sotto forma di ATP – alle

numerose reazioni biochimiche che hanno luogo in ogni cellula

del nostro corpo. Per il cacciatore-raccoglitore medio, la frutta era

una scelta nutrizionale ottima, poiché a parità di peso offre un’abbondante

fonte di energia senza alcun rischio di finire incornati o

azzannati. L’unico problema è quello di riconoscere la frutta come

una sostanza piacevole da mangiare.

Nelle prime fasi della nostra evoluzione dallo stadio di ominidi,

il sistema oppioide del cervello assunse un ruolo importantissimo

nel controllo del nostro comportamento alimentare, soprattutto

nel far sì che certi cibi ci sembrassero più appetibili di altri. Fu

a quel punto del percorso evolutivo del genere umano che l’attivazione

del sistema oppioide e le sensazioni di piacere che ne derivano

si trovarono associate al consumo di cibi caratterizzati da un

tenore di zuccheri relativamente alto. L’associazione dipese esclusivamente

da un’alterazione delle connessioni neuronali: nel sistema

oppioide di alcuni ominidi si accumulò una serie di mutazioni

che ne rese possibile l’attivazione attraverso i recettori sensibili alla

presenza di zucchero. In pratica, il sistema oppioide, che con ogni

probabilità fino ad allora si era limitato ad avere un ruolo nella

riproduzione sessuale, fu cooptato da fattori selettivi che resero

particolarmente vantaggiosa rispetto al costo (sul piano energetico)

la capacità di un ominide di trovare e desiderare frutti ricchi di

zuccheri. Le probabilità di sopravvivenza di un ominide con

una tendenza a provare piacere nel mangiare un cibo addolcito

dallo zucchero naturale erano ovviamente maggiori di quelle di un

suo simile che non era stato «colpito» da una mutazione così

importante delle connessioni del sistema oppioide. È possibile che

mutazioni analoghe siano avvenute anche nel sistema della ricompensa

della dopamina e nel sistema cannabinoide, trasformando

così il gusto del cioccolato in una «triplice trappola».

Recensioni

Di seguito alcune tra le più interessanti recensioni al volume.

 

15 gennaio 2012

01 gennaio 2011