Leggi un brano
Cinque più tre uguale otto. È sempre stato così e lo
sarà sempre, ovviamente, ma non mi era mai sembrato
tanto elettrizzante come quel giovedì mattina. Mi ero appena
svegliato e stavo facendo i miei calcoli, una ginnastica
quotidiana che mi aiuta a spazzar via la nebbia
lasciata dai sogni. Due più cinque, dodici meno otto; a
volte mi permetto addirittura un diciassette per quarantuno.
Nulla di troppo faticoso, però: l’infortunio più
sciocco che può capitare a un atleta è uno stiramento
mentre si riscalda. Di solito devo andare avanti un bel
po’ prima di trovare il coraggio di alzarmi, ma quella volta
cinque più tre fu più che sufficiente. La vita era meravigliosa,
e quello sarebbe stato il gran giorno.
Dopo una rapida colazione sul balcone scesi in ascensore
nel seminterrato a prendere la bicicletta. La strada
per il campus è tutta in discesa, ma quel giorno me la
presi comoda. La mia recente scoperta mi aveva reso
estremamente cauto nel traffico, come un giovane padre
che sviluppa un nuovo senso di responsabilità. Inoltre la
giornata era già abbastanza calda e afosa, e non volevo
sudare troppo prima di un incontro importante.
Ormai gli esami erano terminati e il campus era quasi
deserto. I numerosi annaffiatoi sparsi per il prato centrale
sparavano getti d’acqua intermittenti sull’erba ingiallita.
Assicurai la bici all’ala est dell’Istituto di Matematica e
Informatica, ma come avrei dovuto immaginare le porte
erano sprangate e così fui costretto a fare il giro fino all’ingresso
principale.
Passai dallo studio a prendere una copia del mio articolo
e proseguii per il lungo corridoio. I miei colleghi
erano quasi tutti in vacanza, ma la porta di Larry Oberdorfer
era aperta. Stava lavorando al computer, sorridendo
fra sé come al solito.
«Ma guarda...», mi gridò. «Ti si vede sempre più
spesso, ultimamente!».
«Sono venuto a trovare Dimitri», risposi, tagliando
corto.
Ma guarda... In altre parole: cosa ci faceva in istituto
fuori dall’orario di lavoro un matematico mediocre come
me? Se solo avesse saputo!
Avvicinandomi allo studio di Dimitri non riuscii a
contenere l’agitazione. Dimitri Arkanov è il nostro
grande vecchio: è andato in pensione cinque anni fa e
da allora non è più pagato dall’università, ma è rimasto
come professore emerito; è sempre il primo ad arrivare
ogni mattina, la mente brillante e fulminea come non
mai.
Quando entrai nel suo studio era in piedi accanto alla
finestra, intento a contemplare il campus e assorto in
pensieri che con ogni probabilità trascendevano la mia
comprensione.
«Siediti, Isaac», disse senza voltarsi. «Siediti».
Sentii contrarsi i muscoli dello stomaco: sulla scrivania
c’era il mio articolo, insanguinato da commenti illeggibili
in inchiostro rosso. Mi dissi che non c’era nulla
di cui preoccuparsi: ero già rimasto seduto lì la settimana
prima mentre Dimitri camminava su e giù per la stanza
spulciando ogni passaggio della dimostrazione e cercando
di rivoltare il mio ragionamento come un calzino, in
cerca di un possibile errore. Quando finalmente versò
due generose dosi di cognac per festeggiare la nascita di
un nuovo teorema, il sole era già tramontato. Aveva insistito
perché gli mostrassi la versione finale dell’articolo
prima di spedirla a «Number»: non che sospettasse che
avessimo trascurato qualcosa, ma voleva essere certo che
avessi sviluppato la dimostrazione in maniera abbastanza
dettagliata da renderla comprensibile, se non al grande
pubblico, almeno al lettore medio di «Number». Eppure
non riuscivo ancora a credere alla mia buona stella. Per
quanto fosse altamente improbabile, non potevo escludere
che avesse finito per trovare un errore fatale. Quell’inchiostro
rosso mi impensieriva.
«Troppi annaffiatoi», borbottò. Si sedette dall’altra
parte della scrivania e posò la mano sul mio articolo
come se fosse la Bibbia. «Isaac», disse in tono solenne,
«rileggendolo ho provato lo stesso piacere della prima
volta. Forse addirittura maggiore, perché questa volta ho
avuto il tempo di apprezzare le implicazioni del tuo teorema
in tutta la loro portata. Le tue scoperte conducono
alle vette più alte della teoria dei numeri, proprio come
avevo sperato di fare io più di trent’anni fa quando mi
ero occupato di questo problema. Il panorama che ci offri
è mozzafiato».
Incassai il complimento con un lieve cenno del capo,
sebbene dentro di me fossi raggiante.
«Voglio mostrarti qualcosa». Dimitri strappò un foglio
da un blocco e scarabocchiò una serie spettacolare di
equazioni che stabilivano un rapporto fra concetti fino
ad allora del tutto scorrelati, spiegandomi in che modo
tutto ciò derivasse più o meno direttamente dal mio teorema.
In un attimo giunse in fondo alla pagina e ne
strappò un’altra.
Non mi era molto chiaro dove volesse arrivare; a essere
sinceri, non mi era chiaro per nulla (con la matematica,
o capisci o non capisci), ma ero troppo felice per
farci caso. Stentavo a crederci: solo dieci giorni prima mi
trovavo in uno stato così pietoso che Dimitri mi aveva
consigliato di prendermi un po’ di ferie, un consiglio a
fin di bene che aveva contribuito a demoralizzarmi ulteriormente.
Adesso eravamo sulla vetta, insieme. Avrei
potuto passare ore senza far altro che ascoltare il grande
Dimitri Arkanov che «condivideva» con me le sue riflessioni
– e probabilmente lo avrei anche fatto, se non
avessero bussato alla porta. Dimitri era troppo preso dalle
sue esplorazioni matematiche per accorgersene, e così mi
vidi costretto a interrompere quel monologo pieno di entusiasmo.
«Già», disse, fissando la porta con espressione contrariata.
Bussarono ancora. «Sì?».
Era Vale. Nonostante l’ondata di caldo, indossava il
suo solito completo di tweed. «Buongiorno, professor Arkanov
», salutò, profondendosi in un inchino. «Buongiorno,
professor Swift. Un vero colpo di fortuna,
incontrarla qui. Stavo cercando proprio lei».
Nel corso dell’ultima settimana mi ero completamente
dimenticato di lui. Non avrebbe potuto scegliere
momento peggiore per ricomparire, quasi avesse voluto
compensare quell’assenza insolita e paradisiaca dai miei
pensieri. Provai l’impulso irrefrenabile di ricacciarlo nel
corridoio.