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Introduzione
Le bevande fermentate sono una vera passione per l’umanità.
Esse ristorano il corpo e lo spirito, procurano euforia e facilitano
le relazioni sociali. Con il loro sapore seducente e complesso, mai
stabilizzato, evocano la vita, sono anzi la vita stessa, da sempre associate
al suo culto, dunque al sacro e all’approccio alla sfera del
divino. La birra è oggi la più antica e la più consumata tra esse,
circa 1400 milioni di ettolitri contro i 300 milioni di vino, ma quest’ultimo
ha ispirato, molto di più e meglio, artisti e poeti, ed ha
accompagnato tutto il lungo processo evolutivo che ha portato al
monoteismo. Il vino è la superba espressione della libertà gioiosa.
Roger Dion lo scrive nel suo libro più importante:
L’Uomo, in effetti, ama il vino come l’amico che si è scelto: perché l’ha
preferito, non perché è stato obbligato. Anche la storia del vino, fin
nelle sue espressioni geografiche, reca impresso il marchio dell’arbitrarietà
umana in misura più forte rispetto alla storia del grano o a
quella del riso.
In realtà predilezione e arbitrarietà connotano anche la scelta
del grano o del riso, ma i cereali bolliti o panificati si limitano a
nutrire, mentre il vino eccita i grandi sentimenti, le immagini più
folli, nonché una feconda disamina del destino umano. Probabilmente
ciò avviene perché i primi sono legati alla fame e non
al piacere, al contempo superfluo e indispensabile, del bere
senza aver sete, che è prerogativa propria dell’umanità. Roland
Barthes l’ha espresso con finezza:
[…] prima di tutto [il vino] è una sostanza di conversione, capace di
rovesciare situazioni e condizioni, di estrarre dagli oggetti il loro contrario;
di fare, per esempio, di un debole un forte, di un silenzioso un
chiacchierone.
Pur senza evocarla, Barthes pensa forse alla reazione degli
abitanti di Gerusalemme nel constatare lo stato dei discepoli di
Gesù, divenuti facondi e poliglotti all’uscita dal Cenacolo, dopo
aver ricevuto lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste: «Si sono
ubriacati di mosto».
La vite, Vitis vinifera, è una delle piante più ubiquiste che ci
sia. I suoi frutti maturano all’aria aperta dall’Equatore fino circa
ai 55 gradi di latitudine nord (Inghilterra) e ai 45 gradi di latitudine
sud (Nuova Zelanda). Il grano, che è il suo complice più
antico, si spinge oltre il 60° grado boreale, ma non si avventura
più di tanto fra i tropici; pertanto la vite si configura come una
dilettevole compagnia per l’umanità, visto che la quasi totalità
degli abitanti del pianeta vive fra le due latitudini estreme della
viticoltura, accordandole talvolta un’attenzione distratta, ma in
generale sempre più sostenuta.
Si tratta di una presenza che deve tutto alle seduzioni del
vino. Chi lo ha gustato una volta ritorna ad esso. Chi ne ha provato
la gioia, chi ha imparato a riconoscerne la complessità e l’infinita
diversità, a diffidare del punto critico al di là del quale si
perde più o meno coscienza o a oltrepassarlo solo eccezionalmente,
vi resta legato per sempre. Il virus è terribilmente efficace,
tanto i suoi effetti sono deliziosi. Solo il mondo musulmano
ha fatto finta di rifiutarlo. Pensarci sempre, non parlarne mai,
salvo che per metafore, berne in maniera discreta in attesa del
paradiso di Allah. Questa è la filosofia islamica, che soltanto i
sufi hanno ampiamente trasgredito, cantando il vino in poemi
pieni di voluttà e rappresentandolo in dipinti altrettanto sensuali,
dove i piaceri della carne si mescolano a quello del bere
buon vino… per la maggior gloria di Allah, almeno per come
l’immaginano.
Oggi la vite occupa una superficie di 8 milioni di ettari nel
mondo e produce quasi 300 milioni di ettolitri di vino – ossia 5
litri per anno e per abitante del pianeta – per ottenere il quale lavorano
dai 3 ai 4 milioni di persone. Ciò la rende una delle produzioni
agro-alimentari con maggiore concorso umano, come si
diceva poc’anzi, tanto più se vi aggiungiamo gli addetti al commercio,
i sommelier e tutte le attività connesse – vetreria, tipografia,
trasporto, ma anche ristorazione e… medicina, sebbene
gli effetti nefasti di un’eccessiva assunzione di vino siano annullati
dagli effetti benefici di un consumo ragionevole, che ritarda
l’invecchiamento e il ricorso ai medici.
Nel novero delle produzioni agro-alimentari, il vino è una
delle più lucrose, malgrado numerosi viticoltori, oggi come ieri,
lamentino il fatto di attraversare una grossa crisi economica. Il
volume d’affari mondiale del mercato vinicolo ammonta a 120
miliardi di dollari. Le sole esportazioni francesi di vino, nel
2007, hanno rappresentato l’equivalente del costo di 129
Airbus. La cosa è tanto più rimarchevole perché non si parla di
un bene di prima necessità, come l’acqua, il grano, il riso o il
mais, ma piuttosto di una bevanda di dilezione; l’appassionato
che ne è privato è travolto dalla tristezza. È questo che ha permesso
l’espansione planetaria del consumo di vino e, dovunque
ciò era possibile, la scelta di produrlo localmente.
Lo scopo delle pagine seguenti è quello di ripercorrere la
storia della passione che esso ha suscitato, una passione che ha
cominciato a conquistare la Terra settemila anni fa dagli altopiani
della Mezzaluna fertile. All’origine non c’è che il potere di
evocazione esercitato dal vino, la sua capacità di far sognare, di
procurare la gioia o, meglio ancora, la speranza, compresa quella
di berne eternamente in paradiso, quando ciò è proibito quaggiù.
Il vino, in effetti, ha una connotazione eminentemente religiosa.
Esso mette in relazione l’umanità con l’aldilà, manifestando tutta
la potenza del legame fra gli uomini e un ambiente terrestre da
addomesticare con il sudore della fronte: la liturgia cattolica lo
definisce «frutto della terra e del lavoro dell’uomo». Bevanda
degli dèi e dei loro sacerdoti, bevanda dei re e delle loro corti,
dono del Cielo e segno dell’Alleanza, allorché Dio diventa unico,
il vino stesso è divenuto Dio vivente offerto a tutti gli uomini, in
una sera di circa duemila anni fa a Gerusalemme.
Nessun altro elemento o bene del mondo terreno ha mai goduto
di un tale status, di un tale prestigio, nemmeno il fuoco,
purificatore ma anche distruttore, o l’oro, bello come il Sole, ma
così inerte e oggetto di perdizione per coloro che vi si consacrano.
Il vino incanta per il suo aspetto fragile e fugace, ma
anche perché è pericoloso quando si beve in misura eccessiva,
fungendo così da monito al dominio di sé. Esso spalanca inoltre
le porte del mondo dell’amore. La vita, la complessità, la finezza,
la soavità, la gioia, la parola libera e acuta, il rischio elevano
l’umanità verso ciò che essa ha di migliore, verso ciò che la sublima:
il superamento del limite e la capacità di amare. Tutto il
segreto della storia e della geografia del vino risiede in questa
strana facoltà che tocca l’essenza, il nocciolo duro della condizione
umana.
Questo saggio si basa su una concezione geografica che tenta
di risalire alle fonti mentali della realtà spaziale. Privilegia i fattori
che hanno contribuito a collocare il vino al vertice della cultura
e quindi dello spirito di libertà di alcune delle più ricche civiltà
della storia umana. Da tale passione contagiosa derivano scelte
inerenti all’agricoltura, il paesaggio, il commercio, i consumi, la
creazione letteraria e artistica, già descritte dettagliatamente in
svariate altre opere. Molto meno religioso che un tempo, il vino
non ha perso nulla della sua ricchezza culturale. Oggi costituisce
uno dei più piacevoli mediatori del dialogo interculturale, delle
relazioni intellettuali tra gli uomini di buona volontà.