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Capitolo primo
La questione feudale e la definizione dell’Occidente
Sarei convinto di lasciare una lacuna nella mia opera se passassi sotto silenzio
un avvenimento verificatosi una volta nel mondo, e che forse non si
ripeterà più; se non parlassi cioè delle leggi che in un momento si videro
comparire in tutta Europa, senza alcun legame con quelle fino allora conosciute;
di quelle leggi che hanno causato vantaggi e mali infiniti; che
hanno lasciato dei diritti anche quando venne ceduto il dominio; che, concedendo
a parecchi individui differenti generi di signoria sulla medesima
cosa o sulle medesime persone, hanno diminuito il peso della signoria in
sé; che hanno fissato parecchi limiti ad imperi troppo estesi; che hanno
creato la norma con una certa tendenza all’anarchia, e l’anarchia con una
certa tendenza all’ordine e all’armonia.
Così il grande Montesquieu apre il primo capitolo (Delle leggi feudali)
del libro XXX de Lo spirito delle leggi, intitolato Teoria delle leggi
feudali presso i Franchi, nei loro rapporti con l’istituzione della monarchia.
Senza voler trascurare le letture su cui si fonda Montesquieu e le
sue personali idee politiche, vediamo qui tracciata, in maniera magistrale,
la linea di pensiero che conduce direttamente a Marc Bloch:
l’esclusività storica di un’area segnata dalla romanità e poi invasa dalle
tribù germaniche; la dialettica tra la frammentazione feudale e l’unità
monarchica. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, La società feudale
parte ancora dall’esplicito riconoscimento della singolarità privilegiata
di quest’Europa «figlia delle invasioni» e della supremazia promessa
a un Occidente caratterizzato da quella sequenza storica, sia
pure complessa, visto che Bloch ne individua un’evoluzione nel
tempo e uno sfumarsi in seno allo spazio in cui la colloca. Lo stesso
Karl Marx in realtà - oggi possiamo dirlo con più sicurezza - non
la pensava diversamente, al contrario di quanto il marxismo ortodosso
ha per tanto tempo professato. Sulla base delle letture attestate
dai suoi diari, egli reputa che il «modo di produzione feudale»
- da lui definito come un sistema generalizzato di dipendenze, ma
anche di solidarietà tra contadini o artigiani - abbia costituito una
peculiarità della storia occidentale allo stesso grado del primo avvento
del capitalismo, che lo distrusse per subentrargli.
Da questa impostazione è derivata un’aporia, avvertita anche da
Marc Bloch, fra la storia delle origini di un’Europa «figlia delle invasioni» -
o almeno la definizione storica di un’area particolare e,
a lungo termine, egemonica - e la costruzione di un modello da subito
investito di una validità generale, anche al di fuori del millennio
medievale, e a maggior ragione all’interno di quest’ultimo, che non
riusciamo a definire al di là dell’orizzonte di una scienza storica essa
stessa figlia dell’Europa occidentale e della sua storia politica e intellettuale.
In effetti, noi continuiamo a designare come Medioevo,
cioè «Età di Mezzo», un lasso di tempo che si situa tra la fine dell’Impero
romano costantiniano, ossia cristianizzato, e l’emergere
dello Stato moderno, carattere precipuo della stessa Europa: il
primo è ritenuto una forma politica in grado di esercitare un condizionamento
ben superiore alla sua reale sfera d’influenza; il secondo
resta il metro in base al quale valutiamo le nostre concezioni
in tema di diritto pubblico. Per l’intermezzo medievale così pensato,
la questione feudale è rimasta essenziale, dato che il concatenarsi
della storia si è fatto dialettico, per cui l’evoluzione feudale
viene intesa come l’anello che precede la modernità politica dello
Stato occidentale. Al contempo, il lavoro storico perseguito dall’Occidente
ha necessariamente, irresistibilmente, talvolta suo malgrado,
promosso al rango di strumenti per l’analisi delle società passate
sia il proprio modello feudale, sia il proprio modello statuale. È
evidente che l’aporia tocca troppo da vicino la coscienza che l’Occidente
ha di sé e della sua storia per essere superata. Quanto meno
oggi essa è messa in luce e dibattuta nei suoi due termini inseparabili
ma distinti: la struttura evolutiva del modello feudale e l’estensione
che si sarebbe in diritto di riconoscergli nello spazio medievale. A
ciò si aggiungono altri due scogli che si fronteggiano, la ricerca delle
origini europee e l’elaborazione di un Idealtipo di portata generale.
Chi lavora intorno alla storia di Bisanzio non può esimersi da
tale dibattito, giacché pure Bisanzio rientra in quell’intermezzo medievale
che poniamo tra l’Impero romano e una modernità che per
l’Impero greco ha significato la morte politica, sotto i colpi del suo
successore diretto, l’Impero ottomano. Tuttavia, la storia da noi
praticata è figlia della cultura occidentale, negli oggetti di studio, nei
metodi e perfino nella sua maniera di pensare le differenze; il modello
feudale costruito a partire dai dati forniti dall’Occidente centrale
è così entrato nel suo bagaglio teorico, al punto da essere già
stato adoperato, a torto o a ragione, per esaminare strutture sociali
ben più distanti di quanto non lo sia stata Bisanzio da un Occidente
definito come l’area della tarda romanità interessata dall’arrivo dei
popoli germanici. In compenso, le stesse persone che ancor oggi,
come ieri Marc Bloch, pensano che l’«Europa sia figlia delle invasioni»,
riescono molto più del maestro a discernere il radicamento
di questa medesima Europa in una tarda Antichità di cui ormai si
conoscono molto meglio i meccanismi, le istituzioni e la storia. Sebbene
Bisanzio abbia ignorato, tutto sommato, le invasioni germaniche,
così come quelle di Slavi e Turchi non hanno interessato
l’Occidente, con quest’ultimo essa condivide in pieno gli antecedenti.
Donde si possono trarre due conclusioni: riteniamo che le
due partes dell’Impero romano si distinguessero già a priori per
delle differenze strutturali, enfatizzando di conseguenza l’ascendenza
germanica del sistema feudale - per tacere di un passato gallico
che si presterebbe molto bene a siffatte ipotesi; oppure, senza
affrettare i giudizi, poniamo la questione feudale anche a proposito
di Bisanzio. In tal caso risulterà necessario trattare l’argomento in
termini appropriati, ossia sufficientemente aperti e comunque adattati
a un’area storica che, per quanto immensa, è nondimeno definibile
come il duplice sviluppo dell’Impero costantiniano, uno a
Ovest e l’altro a Est, ciascuno con le proprie periferie barbariche.
È infatti la forma costantiniana dell’Impero romano a inaugurare il
continente medievale. Essa si distingue per un mutamento decisivo,
che ha collocato la Chiesa accanto al potere imperiale, e per la durevole
armatura che quest’ultimo ottiene dalla riforma fiscale introdotta
negli ultimi anni del III secolo.