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Un laico in piedi
di Enzo Marzo
Questo Journal laico è una medicina salutare in questi tempi di fondamentalismo irragionevole. Il clericalismo nostrano, di fronte alle follie islamiche, non intende esser da meno. E, sentendosi mordere i talloni dalla modernità, accende i toni, si aggrappa a ciò che considera la parte più forte del suo pensiero, diventa sempre più intollerante e attaccato al potere. Si occupa sempre più di politica e sempre meno di fede. Ma con grande astuzia. La gerarchia della Chiesa romana sa di non avere tra le sue armi il fanatismo disperato dei martiri-suicidi musulmani. Sa che la sua capacità di penetrazione nelle terre di
missione non regge al confronto con l’Islam, né con certo evangelismo aggressivo. Sa che la presenza nel nostro paese di sempre più grandi comunità extracomunitarie fa crollare le giustificazioni dei privilegi legati al monopolio religioso. Sa che in Italia, e probabilmente anche nel resto dell’Europa, il processo di secolarizzazione è continuo, non veloce, ma implacabile. Sa che, se l’accresciuta incertezza e instabilità del vivere quotidiano possono alimentare quella paura che porta al “sacro”, l’eventuale aumentata religiosità è così influenzata dai modelli occidentali che più facilmente si realizza in una spiritualità individuale e “privata” che taglia fuori la mediazione del prete. Queste, e altre considerazioni simili, ci hanno portato recentemente a constatare che la Chiesa cattolica è ormai sulla soglia di una crisi di nervi. Con alcune conseguenze sgradevoli. Come accade a tutte le forze nei loro momenti di profonda decadenza, la Chiesa, sentendosi circondata, reagisce con arroganza e si chiude in se stessa diventando sempre più autoritaria. Prima di tutto, si aggrappa al mantenimento e all’allargamento dei suoi privilegi. È noto che nel magistero della Chiesa, costante e duraturo è stato il livore verso la libertà religiosa. Solo il Concilio vaticano II ha costituito una breve parentesi, presto chiusa, nella continua lotta contro la libertà di culto altrui. Se c’è un fenomeno che andrebbe meglio messo in luce dagli analisti della politica vaticana (ma ce ne sono di indipendenti?) è proprio quello della contraddizione plateale tra il “dire”e il “fare”. I malevoli possono insinuare che l’ipocrisia è una malattia della Chiesa cattolica talmente antica che è citata ampiamente dalla saggezza popolare. È vero, ma mai come in questi tempi la Chiesa ha approfittato del quasi monopolio nella “propaganda” per percorrere contemporaneamente due rette parallele destinate, come tali, a non incontrarsi mai nella realtà. La dottrina fa sue le parole d’ordine generalissime della modernità liberale (libertà, diritti, ragione) e nello stesso tempo corre verso il Medioevo del dogma, della morale naturale, degli istituti sociali che vengono “eternizzati” in una visione astorica. È relativistica e “contestualizzatrice” solo quando più le fa comodo. Se questa è una strada, e abbiamo visto quanto sia contraddittoria in sé, la Chiesa nella pratica e nell’insegnamento di ogni giorno mostra un’altra faccia: più disumana, più rigorosamente clericale. I laici, anzi i laicisti (per assumere il linguaggio dispregiativo dei clericali), sovente portano l’esempio della pena di morte. È un po’ un caso emblematico che fotografa perfettamente sia la “faccia tosta” della Chiesa, che imperturbabile percorre i due binari contraddittori, sia anche (però) la terribile forza mediatica che ha capacità paralizzante del pensiero critico circoscritto in una enclave asfittica. Soltanto così un’indecente menzogna riesce a sopravvivere tranquillamente. Infatti la Chiesa cattolica in tutta la sua dottrina, ha sostenuto per millenni la liceità, anzi la necessità della pena di morte. Essa stessa ne ha fatto abbondante uso per singoli e masse. Senza mai pentirsene. E anche dopo che il pensiero illuminista portò a un sempre più diffuso ripensamento e alle prime legislazioni abrogazioniste, la Chiesa di Roma rimase imperterrita a difendere e ad adottare quel terribile strumento contro la “sacralità della vita”. [...]